Quando ti muore un figlio 


di Riccardo Affinati*

Esiste una regola inderogabile in Natura, che prevede che un genitore non deve mai vedere la scomparsa della propria progenie. Quando questo dovesse accadere per via di un fato avverso, la prima cosa da fare è evitare di attraversare il fiume Stige, una volta presa questa decisione, non ci si deve considerare dei “sopravvissuti”, ma dei semplici ospiti di un treno che ci sta conducendo verso una meta a noi sconosciuta. La morte di un figlio o di una persona a noi cara è come se arrestasse la nostra vita: ci si scorda di mangiare e bere, si rischia di intraprendere discorsi di tossicodipendenza, si smette di riposare oppure si dorme troppo, s’iniziano a prendere farmaci senza controllo medico, si ricercano abissi che riescano ingurgitare sia il nostro futuro sia la nostra memoria. Il cuore batte all’impazzata, vuoti di memoria, capogiri, mal di testa, crisi di panico, rabbia nei confronti della vita e di Dio, del destino e della vita stessa. Il pugno in faccia ricevuto dalla Morte annichilisce sia i regali sia le gioie d’amore. Ci si sente dei sopravvissuti, cioè ancora in vita dopo la morte di altri. Non c’è esempio più lampante che la scomparsa di una persona a noi cara, per dimostrare quale sia la lotta interiore alla quale ci dovremo sottoporre. Sovente ci si riesce, se ci si rende conto che alla straziante tragedia si può sopravvivere. A parte alcuni casi, dove la Morte, che ha vinto già una volta, riesce nel suo intento, che è quello di strappare altre anime, come già ha fatto. Si tratta di comprendere che chi rimane ha il dovere di lottare per la persona amata. Il problema vero viene dopo, cioè come fare a sopravvivere? Avremo a che fare con i sensi di colpa e con i rimpianti, con l’attrazione verso credi religiosi oppure filosofie e meditazioni in grado di aprire un varco con il mondo ultraterreno fatto di angeli e voci confuse dal dolore. A parte il rischio di cadere nelle mani di ciarlatani e falsi profeti, rimane una percezione di confusa condotta auto lesiva, mista a rabbia oppure a un comportamento iperprotettivo sui figli superstiti. Una volta deciso che si può continuare a vivere per Lei, proprio per la persona cara scomparsa, allora ci si trova di fronte alla soluzione che è quella di continuare il percorso della Vita proprio per tenerla in vita. La prima cosa che si fa è cercare “giustizia”. Sono diversi i casi giudiziari riportati dalle cronache. Non entro in merito nel giudizio, perché le reazioni primarie sono personali e dipendono, per la maggior parte dei casi, da come si sono svolti gli eventi e dalle modalità che hanno portato alla tragedia. La seconda è tentare di individuare e realizzare cosa avrebbe voluto fare il figlio se avesse avuto la possibilità di farlo. La terza è riuscire a costruire un qualcosa di stabile e indelebile nel nome e per conto del figlio scomparso, ad esempio attraverso la costituzione di associazioni oppure un qualunque progetto per conto e in nome della persona cara. Si può diventare dei volontari presso centri specializzati, degli attivisti di organizzazioni benefiche o collaboratrici d’iniziative sociali. Si prepara un pellegrinaggio o un viaggio verso una metà significativa, che ci potrebbe portare a toccare con la fatica del percorso vicino alla realtà delle cose. La scelta di continuare a vivere per il figlio morto è fondamentale. Per realizzare grandi idee, talvolta, bisogna avere capacità organizzative e imprenditoriali, persone che ci aiutano e un contorno di situazioni adeguate. In questo caso però si è già sulla strada giusta, perché si è deciso di strappare alla morte altre vite innocenti. Tra le tantissime cose che si possono e si devono fare per uscire da un buco che ti spacca la testa e ti logora ce n’è una molto semplice, oltre alla ricerca di un aiuto terapeutico Si tratta di riuscire a scrivere una “lettera” alla persona scomparsa. Toglietevi dalla testa che sia un’impresa impossibile, provate a farlo e troverete la soluzione a quello che cercavate. Quest’azione si compie nei casi di “lutto patologico”, quando le lacrime sono finite, dopo aver intrapreso tutta una serie di passi senza successo, nel tentativo di uscirne integri. Quando passano gli anni, ma il dolore non cambia. Fatelo solo quando non vi rimane che “un doloroso, eterno capitolo aperto”. Come si fa? Ci sono svariati metodi, vi descrivo quello primario, cioè prendere un solo foglio di carta, non un quaderno o un blocco notes (perché presuppone che dobbiate scrivere tanto), una penna in grado di scrivere in stampatello (in maniera che tutti siano in grado di decifrare la vostra calligrafia) le vostre emozioni e una busta (una lettera presuppone anche la possibilità che possa essere inviata e letta). Un solo foglio di carta, senza badare alla grammatica, alla punteggiatura, allo stile e alle parole. Le prime righe saranno le più difficili, il foglio potrebbe bagnarsi delle tue lacrime, potrebbe essere stracciato, rimanere in bianco, stropicciarsi, appallottolato e gettato nel cestino. Non te la senti di farlo? Ti sembra una cosa inutile? Ruba cinque minuti al tuo dolore e fallo solo per lui. Un piccolo sacrificio. Avrai tempo per fare correzioni, per scrivere in bella copia, per riscrivere, per aggiungere, per cancellare, per spiegare meglio, per trovare le parole giuste. Hai tutto il tempo necessario, non porti limiti temporali. Una volta fatto, prova a rileggere e poi se sei convinto, condividi con una persona cara. Che cosa scrivere? Scrivigli di quando la notte non riesci a smettere di pensare a lui, di quando sei solo e non riesci a dormire, scrivigli una lettera a tuo figlio che non c’è più raccontandogli quanto lo ami e quanto ti manca.

*Scrittore, dal 2013 abita ad Aranova svolgendo l’attività di volontario presso l’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Palidoro (AVO Fiumicino).


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