10 febbraio. Giornata del Ricordo


fabio-rampelli_400x400 10 febbraio. Giornata del RicordoDI FABIO RAMPELLI (Deputato Fratelli d’Italia)

 

Dal silenzio al clamore, dall’oblio al ricordo. In questi opposti è sintetizzata non solo un’identità negata, quella italiana, ma anche la fine di un esilio dalla Storia degli infoibati e degli esuli istriani, dalmati e fiumani. Il 10 febbraio del 2004 la Camera dei Deputati ha approvato con un voto trasversale la legge che istituisce la Giornata del Ricordo con un vero e proprio plebiscito: 502 voti a favore, 15 contrari  e 4 astenuti. 

Ma perché il 10 febbraio? Nello stesso giorno del lontano 1947 a Parigi, l’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, firmò il trattato di pace che, a conclusione della II Guerra Mondiale, toglieva definitivamente all’Italia gran parte dell’Istria, della Dalmazia, la città di Fiume e le isole quarnerine di Cherso e Lussino: è l’atto d’inizio di quello che sarà poi l’esodo di migliaia di italiani. Sono anni del terrore antitaliano e Tito non fa mistero delle proprie mire sul Friuli Venezia Giulia, al punto da arrivare a occupare per 40 giorni la città di Trieste e parlare apertamente della settima repubblica jugoslava. Dopo il trattato di Parigi, gli italiani dell’Istria e di Fiume si trovarono isolati e costretti ad accettare, per poter rimanere nella propria terra fino a quel momento italiana, la cittadinanza jugoslava oppure optare per quella italiana e scegliere la via dell’esodo. 350.000 furono costretti ad abbandonare le proprie terre e imbarcarsi su traghetti di fortuna per non morire. In pochi anni vengono sradicate tradizioni secolari e viene stravolta la complessa identità di un territorio di 7650 chilometri quadrati con una popolazione di almeno 495.000 persone. Il 10 novembre 1975 a Osimo, nelle Marche, il ministro degli Esteri Mariano Rumor firmò il trattato che cede, fra mille polemiche, la parte settentrionale dell’Istria, ancora contesa (la cosiddetta zona ‘B’). Per i beni, gli esuli attendono ancora giustizia. 

Da che cosa era motivato tanto odio nei confronti dei nostri connazionali? La loro colpa, imperdonabile agli occhi dei ‘vincitori’, era quella di essere italiani, quindi ‘fascisti’. Un sillogismo che aveva già mietuto vittime: gli infoibati. Negli anni tra il 1943 e il 1945, in due fasi dopo l’8 settembre del 1943 e dopo la fine della II Guerra Mondiale, nel maggio del 1945, i titani uccisero circa 15-17.000 italiani gettandoli nelle foibe rastrellando vittime da Trieste a Fiume, da Gorizia a Pola e Zara. Quanti siano stati gli italiani massacrati nessuno può dirlo con assoluta certezza perché nessuno ha tenuto quella tragica contabilità. Non solo per questo. Il marxismo è un metodo scientifico anche nella soppressione delle fonti: in molti Comuni i partigiani distrussero i dati anagrafici per occultare il numero delle vittime ‘scaricate’ vive e morte nelle foibe. Da termine geologico indicante una conca chiusa, un anfratto, una cavità profonda centinaia di metri, le foibe si trasformano in una fossa comune per migliaia di martiri. Sotterrati nel buio dell’oblio, ricordati da pochi: dagli esuli, dai familiari delle vittime. E dalla Destra. Cade il Muro di Berlino e sulle sue macerie comincia a spirare il vento della libertà. Appaiono non solo vecchi e logori, ma anche falsi quei libri di storia che per anni hanno tenuto ‘banco’ nelle nostre scuole. L’editoria italiana ci mette un po’ di tempo a comprendere che l’accelerazione impressa dalla caduta del Muro e dall’implosione dei regimi comunisti impongono un aggiornamento delle interpretazioni storiografiche sulle quali si educano, anzi s’indottrinano, centinaia di migliaia di studenti dalle scuole materne alle scuole medie, dalle scuole superiori all’università. Qualcuno provò a chiedere l’abolizione dell’obbligatorietà dei libri di testo, nel 2000 la richiesta venne avanzata da Giorgia Meloni, responsabile di Azione Studentesca. Qualcun altro, come il sottoscritto, provò a chiedere pluralismo nei libri di testo, presentando una mozione che venne approvata dal Consiglio regionale, osannata dalla Destra, cautamente condivisa dagli intellettuali e studiosi di area cattolica e liberale, vituperata dal centrosinistra, bocciata dall’intellighenzia rossa, considerata il pericoloso grimaldello per scardinare le libertà democratiche dell’Italia resistenziale. Sembrava che An volesse appiccare il rogo alla Cultura. Al contrario rivendicava maggiore libertà. Si scatenò il finimondo. Quella volta An perse la battaglia. Ma non la ‘guerra’, e i fatti ci hanno dato ragione. Parafrasando ‘uno’ che ama i girotondi… non abbiamo solo detto, ma anche fatto qualcosa di Destra. L’Italia, quella progressista e salottiera, ha cominciato a ‘ricordare’: Violante e Fassino hanno fatto mea culpa riconoscendo la tragedia tutta italiana delle foibe, il Corriere della Sera, quotidiano sensore degli umori dell’alta borghesia italiana, dedica ai fatti del confine nord-orientale intere terze pagine. Oggi tutti parlano di memoria condivisa. Ma c’è qualcosa di più e forse qualcosa di meglio: si chiama libertà.

  • Pubblicato sul n. 45 di Via Aurelia XX-XXX (febbraio 2005)

10 febbraio. Giornata del Ricordo

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